Taskent e Samarcanda
Brano strumentale · Traccia 02

Taskent e Samarcanda

Border

«Tashkent and Samarkand» · dall'album Mondi Orientali (1989)

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"Taskent e Samarcanda" — Border (Antonio de Masellis)

Un viaggio sospeso tra Oriente e memoria

Secondo capitolo dell'album strumentale Mondi Orientali, concepito nel 1989, "Taskent e Samarcanda" si presenta come una di quelle composizioni capaci di trasformare la geografia in emozione pura. Il titolo evoca due città leggendarie dell'Asia centrale — Tashkent e Samarcanda, crocevia millenari della Via della Seta — ma la musica non si preoccupa di costruire un documento etnografico. Sceglie, piuttosto, la via più sottile e più onesta: quella del sogno, della reminiscenza, di un Oriente filtrato attraverso la sensibilità europea del musette.

La fisarmonica di Antonio de Masellis occupa il centro della scena con una naturalezza disarmante. Il suo timbro è caldo, quasi vellutato, e la melodia che disegna possiede quella qualità rara di sembrare già nota al primo ascolto, come se emergesse da qualche piega della memoria collettiva. Non vi è ostentazione tecnica, ma una padronanza espressiva autentica: ogni frase musicale respira, si dilata, si raccoglie su sé stessa con la grazia di chi conosce il valore del silenzio tanto quanto quello della nota.

L'accompagnamento costruisce un tessuto preziosamente artigianale. La chitarra acustica intesse un supporto ritmico e armonico discreto, quasi un bisbiglio che sostiene senza mai sopraffare. Il contrabbasso, dal canto suo, tratteggia una linea grave e ferma, conferendo al brano una solidità che impedisce all'evocazione di scivolare nell'evanescente. Quando, intorno al minuto iniziale, le percussioni si fanno più presenti — spazzole che sfiorano il rullante con leggera mano jazzistica — l'atmosfera acquista una dimensione swing sottile, un fremito di vivacità che anima senza stravolgere il carattere malinconico del pezzo.

È proprio questa malinconia il cuore pulsante della composizione. Non una malinconia pesante o compiaciuta, bensì quella luminosa e sospesa che appartiene al ricordo di luoghi mai del tutto visitati, di strade percorse soltanto nell'immaginazione. De Masellis sembra aver compreso che Samarcanda non è soltanto una città uzbeka: è un archetipo, un simbolo di tutto ciò che è lontano, irraggiungibile e proprio per questo eternamente desiderabile.

La durata contenuta — meno di due minuti — è una scelta che rivela maturità compositiva. Il brano non indugia, non si ripete per inerzia: dice ciò che ha da dire e si congeda con eleganza. La produzione acustica, pulita e organica, serve fedelmente questa estetica della sobrietà, lasciando che ogni strumento respiri nel proprio spazio senza sovrapposizioni inutili.

In un panorama in cui la world music rischia spesso di scadere nell'esotismo da cartolina, "Taskent e Samarcanda" sceglie la strada più difficile e più nobile: quella dell'interiorità. Un piccolo gioiello che porta con sé, intatta, l'energia visionaria di un anno — il 1989 — in cui i confini del mondo stavano per cambiare per sempre.

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