Quel fiume chiamato Ob
Brano strumentale · Traccia 04

Quel fiume chiamato Ob

Border

«That River Called Ob» · dall'album Mondi Orientali (1989)

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"Quel fiume chiamato Ob" — Border (Antonio de Masellis)


Mondi Orientali, quarto brano — 1989

Vi sono composizioni che non si limitano a essere ascoltate: si attraversano, come si attraversa un territorio vasto e sconosciuto. "Quel fiume chiamato Ob", quarto capitolo dell'album strumentale Mondi Orientali firmato da Antonio de Masellis sotto il nome d'arte Border, appartiene senza riserve a questa categoria. Concepito nel 1989, il brano porta con sé l'impronta di un'epoca in cui la musica strumentale di matrice cinematografica sapeva ancora prendersi il lusso del silenzio, della lentezza, della contemplazione.

L'apertura è di una delicatezza disarmante. Un violoncello solista traccia nell'aria una melodia malinconica, quasi esitante, come chi si avvicina per la prima volta alla riva di un fiume che non conosce. Il pianoforte lo accompagna con arpeggi fluidi, cristallini, che evocano il riflesso della luce sull'acqua. Non c'è fretta. C'è, invece, una pazienza narrativa rara, una fiducia nell'ascoltatore che sa aspettare.

Gradualmente, il paesaggio sonoro si popola. Un pad di archi introduce calore e profondità, come nebbie mattutine che si alzano sulla superficie di un corso d'acqua siberiano. La sezione ritmica entra con discrezione — spazzole morbide, un tempo costante ma mai prepotente — e il basso elettrico fornisce una radice armonica solida, quasi tellurica, che ricorda la vastità geografica evocata dal titolo. L'Ob, uno dei grandi fiumi della Siberia, diventa metafora sonora: non un torrente impetuoso, ma un flusso lento, inarrestabile, antico.

Ciò che colpisce maggiormente è la struttura narrativa del brano, deliberatamente priva di schemi rigidi. Non esistono strofe né ritornelli: esiste soltanto un percorso, un'evoluzione progressiva che si sviluppa con la logica interna di un racconto. La sezione degli archi, nel suo dispiegarsi, assume via via un ruolo sempre più centrale, portando il tema principale verso orizzonti più ampi e intensi. La produzione — di qualità notevole per l'epoca — restituisce un mix spazioso, arioso, in cui ogni strumento occupa il proprio posto con precisione e rispetto reciproco.

Il climax emotivo, quando arriva, non sorprende: si era annunciato fin dall'inizio, con quella tensione dolce e inesorabile che caratterizza i grandi viaggi. Gli archi si fanno potenti, la ritmica più assertiva, e per un momento il fiume sembra straripare — non di violenza, ma di pienezza. Poi tutto si ritira, lentamente, in un finale etereo e contemplativo, come un'acqua che torna al suo alveo naturale.

"Quel fiume chiamato Ob" è un brano che sa cosa vuole essere: evocazione pura, paesaggio interiore, poesia senza parole. De Masellis dimostra una maturità compositiva che trascende il contesto della sua epoca, e un'intelligenza emotiva capace di trasformare un nome geografico in un'esperienza universale. Un lavoro da riscoprire con la dovuta attenzione.

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