Luci a Bangkok
Brano strumentale · Traccia 10

Luci a Bangkok

Border

«Lights in Bangkok» · dall'album Mondi Orientali (1989)

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Luci a Bangkok — Border (Antonio de Masellis)


Mondi Orientali, traccia 10 — 1989

C'è qualcosa di straordinariamente coerente nel fatto che un album intitolato Mondi Orientali si chiuda — o quasi — con un brano come Luci a Bangkok: un pezzo che non descrive tanto una città quanto la sua luce, quella particolare luminosità diffusa e ambigua che appartiene alle metropoli notturne d'Asia, dove il neon si riflette sull'asfalto bagnato e il tempo sembra scorrere a una velocità diversa da tutto il resto del mondo. Antonio de Masellis, in arte Border, compone nel 1989 una pagina strumentale che porta con sé tutta l'eleganza del suo tempo, senza tuttavia restarne prigioniera.

Il brano si apre con il sassofono — timbro vellutato, postura centrale, presenza autorevole ma mai invadente — che traccia il tema principale con la naturalezza di chi racconta una storia già conosciuta. Non c'è urgenza, non c'è dimostrazione tecnica: c'è ascolto. La linea melodica in re minore si distende su un tappeto di chitarra acustica, i cui arpeggi delicati costruiscono un'architettura ariosa, quasi trasparente, nella quale ogni nota trova il proprio spazio senza dover conquistarlo. Il pianoforte interviene con discrezione, offrendo accordi di supporto e piccoli fill che non interrompono il flusso ma lo arricchiscono silenziosamente, come commenti sussurrati a margine di una conversazione già perfetta.

Il basso elettrico merita menzione a parte: la sua linea è fluida, quasi cantata, e contribuisce in misura determinante alla qualità ipnotica dell'insieme. Non è un basso che "accompagna" nel senso convenzionale del termine — è un secondo narratore, che segue il sassofono da una distanza rispettosa ma sempre presente. La batteria, affidata prevalentemente a spazzole e piatti, mantiene un groove di 68 BPM che non si impone mai, preferendo sostenere piuttosto che guidare. È una scelta stilistica precisa e riuscita.

La struttura del brano è lineare, quasi meditativa: il tema si presenta, si sviluppa, ritorna variato, e infine si congeda con un fade-out graduale che ha il sapore di una dissolvenza cinematografica. Non ci sono picchi drammatici né rotture improvvise: la dinamica è costantemente morbida, e le variazioni che pure esistono si manifestano come sfumature di luce piuttosto che come cambi di scena. È una scelta narrativa, non una limitazione.

Se c'è un limite da segnalare, risiede forse nella stessa perfezione formale del pezzo: la sua compiutezza stilistica, la sua fedeltà al canone smooth jazz dell'epoca, lo rendono esteticamente ineccepibile ma raramente sorprendente. Chi cerca l'imprevisto rimarrà soddisfatto solo a metà. Chi invece cerca la conferma di un'idea di bellezza — quella colta, raffinata, senza eccessi — troverà in Luci a Bangkok un compagno di viaggio ideale.

Un brano che non urla la propria bravura, ma la abita con silenziosa sicurezza.

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